La ripresa del ragionamento argomentativo

 

Questo testo, redatto da Paolo Vidali,  è tratto dall'introduzione a

A. Cattani, P. Cantù, I. Testa e P. Vidali (a cura di), La svolta argomentativa. 50anni dopo Perelman e Toulmin: 1958-2008, Napoli: Loffredo, 2009.

Rappresenta una breve descrizione del processo di smarrimento e ripresa del ragionamento argomentativo, dall'antichità alla svolta novecentesca, coincisa con il 1958, l'anno "topico" in cui vengono pubblicati due libri, quello di Perelman e Olbrchts-Tytecha e quello di Toulmin, che segnano la ripresa, in epoca contemporanea, di una rinnovata attenzione alla teoria e alla pratica del ragionamento argomentativo.


La tradizione dialettica 

Il 1958

Perelman  e il Trattato dell’argomentazione

Toulmin e Gli usi dell’argomentazione

Logica, dialettica e retorica

Bibliografia


 

La tradizione dialettica

La dialettica, nata in Grecia con i sofisti e soprattutto con Socrate, è divenuta con Platone e Aristotele uno degli assi portanti di tutta la formazione antica e medievale. Essa si definisce come discussione razionale sui principi delle scienze. Non la si può condurre all’interno del sapere scientifico, poiché esso muove per via dimostrativa dando per acquisiti proprio quei principi che la dialettica mette alla prova. Né la si può condurre partendo da principi di ordine superiore, perché anch’essi andrebbero discussi prima di essere accolti. Così la dialettica si presenta come una strategia superiore alla scienza, anche se non indipendente da essa. Tuttavia, secondo Aristotele, essa svolge anche una seconda funzione, più umile ma non meno essenziale: è la forma di ragionamento in  contesti opinabili. La si esercita ricorrendo agli endoxa, accettando esiti provvisori, facendo leva sulla persuasione razionale. La dialettica si colloca, in tal modo, se non sotto, a lato della scienza. Ad ogni modo, nel discutere i principi delle scienze o le scelte quotidiane di cui non c’è scienza, si utilizza il medesimo metodo, quello della discussione dialettica, fatto di premesse implicite e no, di schemi inferenziali codificati o meno, di conclusioni comunque discutibili, di errori e di correzioni. La dialettica è logos in esercizio concreto.

Tale approccio diventa via via dominante. Nel sistema medievale del sapere superiore, il trivio, introdotto da Capella nel IV sec. e poi stabilizzato con Boezio e Isidoro di Siviglia nel VI sec., si richiede allo studioso una conoscenza non solo linguistica ma anche retorica e argomentativa, una capacità di analisi dei problemi e una tecnica di svolgimento della disputa filosofica in cui la strategia argomentativa diventa una competenza decisiva. Il metodo si fa tradizione e scuola, ma anche ripetizione pedissequa, rigida applicazione, stanca riproduzione.

Da qui la svolta. Per molte ragioni il pensiero moderno espunge la dialettica dal campo di formazione del buon pensatore, trascinando il metodo scolastico, che su di essa era costruito, in una critica generale.

La svolta cartesiana della filosofia moderna non fa che accentuare la cattiva fama della dialettica e della retorica, ormai accomunate da un unico destino di vaghezza e di oscura incertezza conoscitiva, per lasciare il campo alla scienza, e in particolare al metodo analitico proprio delle discipline matematiche. Così l'argomentazione lascia il posto alla dimostrazione, la convinzione all’evidenza, il probabile al necessario. Ingenuamente anche oggi continuiamo a credere che nelle scienze – anche in quelle non formali - la dimostrazione sia la procedura utilizzata per giustificare le conclusioni.

In questa stagione moderna la dialettica non sparisce, ma vive nascondendosi in saperi laterali e in pratiche retoriche. Saranno l’idealismo e il marxismo a recuperare la dialettica in una nuova accezione, struttura di sviluppo tanto del pensiero che dell’essere. Se per un verso la rivitalizzano, per altro tuttavia la irrigidiscono in un sistema di pensiero o addirittura in un’ideologia, spariti i quali rischia di sparire anche un ruolo essenziale per la dialettica stessa nella generale concezione della logica e della gnoseologia.

 

Il 1958

Ma nel 1958, sorprendentemente, accadde qualcosa. In questo anno “topico” contemporaneamente, senza una esplicita connessione, escono due libri che segnano una svolta nel pensiero contemporaneo. Sono il Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica di Chaim Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, e Gli usi dell’argomentazione di Stephen Toulmin.

A partire da queste riflessioni la dialettica riprende vita e riappare come teoria del discorso argomentativo, come ragionamento probabile, come logica informale.

Con il senno di poi, nel misurare la portata di queste due pubblicazioni e l’influenza che esse determinarono, si possono individuare alcune cause che spiegano tale singolare convergenza.

Da un lato si è nel pieno di una svolta linguistica che sposta sul linguaggio, e soprattutto sul linguaggio ordinario, schemi e caratteri fino ad allora pertinenza della scienza o della logica formale.

In secondo luogo sono gli anni in cui matura la crisi del neopositivismo, cioè del sistema di pensiero più influente nel tentativo di mostrare la tessitura logico-formale di ogni nostra conoscenza epistemologicamente valida.

Di fatto è la stessa idea di scienza che sta rapidamente trasformandosi, legittimando una pluralità di metodi e preparando una profonda svolta epistemologica, con la teoria dei paradigmi e la irruzione delle componenti storiche e sociali nella costruzione stessa della teoria scientifica.

Ma sono anche anni di riscoperta del ragionamento pratico, legato a precise e determinate condizioni di incertezza in cui l’applicazione di valori a contesti determinati si mostra sempre problematica, ma non per questo irrazionale.

In realtà, in quegli anni, è un mondo intero che sta cambiando, allargando la propria dimensione comunicativa, moltiplicando, con la diffusione dei sistemi democratici, gli ambiti di dibattito e di decisione condivisa, trasformando lo spazio pubblico in un sistema di formazione del consenso attraverso il discorso persuasivo.

A partire dal 1958, attraverso i testi di Perelman e Toulmin, prende forma una nuova concezione di dialettica, non più legata a specifici sistemi filosofici, antichi o moderni, e non più relegata ad ambiti specifici, come la retorica o la giurisprudenza: sta formandosi una concezione generale di dialettica intesa come gestione razionale dell’incertezza.

 

 

Perelman  e il Trattato dell’argomentazione

Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca nel Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica presentano la dialettica, che essi chiamano nouvelle rhétorique, come lo studio degli argomenti che costituiscono il discorso ordinario. Il loro progetto riprende la retorica e la dialettica tradizionali in palese alternativa al razionalismo di impronta cartesiana.

Ciò avviene a partire tre fondamentali convinzioni: l’importanza del verosimile, la centralità del contesto, la natura razionale della discussione dialettica.

Anzitutto essi rivalutano l’importanza che continua ad assumere il verosimile e il probabile nel determinare le nostre scelte:

 “…sebbene nessuno possa negare che la capacità di deliberare e argomentare sia un segno distintivo dell’essere ragionevole, lo studio dei mezzi di prova utilizzati per ottenere l’adesione è stato completamente trascurato, negli ultimi tre secoli, dai logici e dai teorici della conoscenza. Ciò si deve a quanto vi è di non costrittivo negli argomenti sviluppati a sostegno d’una tesi. La natura stessa dell’argomentazione e della deliberazione s’oppone alla necessità e all’evidenza, perché non si delibera dove la soluzione è necessaria, né si argomenta contro l’evidenza. Il campo dell’argomentazione è quello del verosimile, del probabile, nella misura in cui quest’ultimo sfugge alle certezze del calcolo (Perelman, Olbrechts-Tyteca 1958: p. 3).

Il secondo aspetto è la consapevolezza che ogni pratica argomentativa si svolge “in funzione di un uditorio” (ivi p. 7), producendo effetti di credenza e di persuasione in un pubblico o in un interlocutore.

 “Mentre un sistema deduttivo si presenta come isolato da ogni contesto, un’argomentazione è necessariamente situata. Per essere efficace, essa esige un contatto fra soggetti. Bisogna che l’oratore (colui che presenta l’argomentazione oralmente o per scritto) intenda esercitare mediante il suo discorso un’azione sull’uditorio, cioè sull’insieme di coloro che egli si propone d’influenzare.  (Perelman 1977: p. 791).

Infine vi è, nel progetto perelmaniano, la convinzione che la dialettica sviluppi la razionalità in una forma più articolata ma non meno efficace della razionalità dimostrativa. Non sono gli schemi inferenziali della logica formale a costituire l’ossatura del pensiero dialettico, ma gli schemi argomentativi della tradizione giuridica, letteraria, filosofica e politica, prodotti e stabilizzati nei secoli attraverso l’esercizio della discussione razionale.

Da qui deriva, nel testo, una preziosa ricostruzione degli schemi che la dialettica ha messo a punto nella storia della tradizione occidentale, presentati per categorie, articolati in casi esemplari, messi a confronto e definiti in una griglia perfettibile ma essenziale. La tipologia degli schemi argomentativi  presente nell’opera perelmaniana mostra che è possibile dominare, teoricamente, il mare ondeggiante della dialettica in esercizio, perché esiste una mappa che consente di orientarsi e di decidere la direzione del nostro assenso. C’è una razionalità intrinseca nella dialettica, anche se appare ondivaga, mutevole, affidata all’illuminazione dell’oratore, alle caratteristiche del contesto, all’abilità retorica del parlante. Ma è vera razionalità, magari un po’ sbilenca nel suo mostrare una pratica sconfinata e una scheletrica teorizzazione.

Almeno fino ad allora.

 

Toulmin e Gli usi dell’argomentazione

Anche Toulmin proviene, come Perelman, da studi giovanili di logica e da un maturo e comune rifiuto della prospettiva neopositivista. Il suo progetto, tuttavia, è più ambizioso. Egli cerca di allargare, non di diversificare, il campo della logica, considerandone in particolare i due aspetti trascurati dalla tradizione formale: la logica è sempre storicamente ed empiricamente orientata. La dialettica, quindi, rappresenta la parte finora in ombra del corpo comune della logica, coltivata nel contesto giuridico, esercitata nel campo del ragionamento pratico, eppure dimenticata, se non esclusa, dalla logica del nostro ragionare. Se la logica serve come base per valutare argomenti pratici, allora non può restare una scienza formale, ma deve incarnarsi in un contesto, in una storia, in una pratica sociale e in una discussione concreta.

Fin dalle prime pagine del suo testo, egli pone alla riflessione logica, filosofica ed epistemologica il problema di un adeguamento della critica razionale relativamente all’argomentazione.

Anche oggi, se ci ritraiamo dai predominanti problemi della logica tecnica, può essere importante sollevare questioni generali, filosofiche, sulla valutazione pratica delle argomentazioni […] e può essere sorprendente scoprire quanto poco progresso sia stato fatto nella nostra comprensione delle risposte in tutti i secoli a partire dalla nascita, con Aristotele, della scienza della logica. (Toulmin 1958: p. 5)

Toulmin ricostruisce i passi di un processo argomentativo, illustrandone la “fisiologica” complessità, troppo spesso forzata negli schemi della teoria sillogistica e, in tempi più recenti, in quelli dell’approccio logico formale. Il suo modello mette in luce per ogni argomentazione una fitta tipologia di enunciati, che svolgono il ruolo di dati, garanzie, pretese, condizionatori modali, condizioni di ricusazione ecc. Solo una considerevole semplificazione permette di riportare la loro forma logica alla distinzione tra premessa maggiore, minore e conclusione (ivi, p. 132). La validità di un argomento non dipende dalla sua vicinanza ad un ideale rarefatto di schema logico formale: richiede invece una complessa strategia di avvicinamento al modo concreto e storico con cui stabiliamo gli enunciati che costituiscono la trama del nostro ragionare. E’ giunto il tempo per una logica più complessa ma anche più adulta, perché capace di ragionare nel contesto.

Come i logici hanno presto scoperto, il campo delle argomentazioni analitiche è particolarmente semplice. … La semplicità è molto attraente, e la teoria delle argomentazione analitiche con premesse maggiori universali è stata di conseguenza adottata e sviluppata con entusiasmo da molte generazioni di logici. La semplicità, tuttavia, ha i suoi pericoli. Una cosa è scegliersi come primo oggetto di studio teorico il tipo di argomentazione che è suscettibile di essere analizzato nei termini più semplici. Ma sarebbe tutt’altra cosa trattare questo genere di argomentazione come un paradigma e chiedere che le argomentazioni appartenenti ad altri campi debbano conformarsi ai suoi standard, senza eccezioni, o costruire, in base allo studio delle sole forme più semplici di argomentazione, un insieme di categorie che s’intendono applicabili ad argomentazioni di tutti i tipi. (Toulmin 1958: pp. 133-4)

Da questa esigenza di diversificazione deriva, per Toulmin, la nozione di campo, cioè di ambito definito di applicazione di un particolare argomento. Se esiste una forma invariante del ragionamento dialettico, vi sono però condizioni specifiche che determinano la sua validità. Conoscerle e valutarle implica possedere le coordinate del campo disciplinare nel quale si sviluppa l’argomentazione. La logica, quindi, si diversifica e si storicizza, facendosi sempre più lontana dalla formalizzazione astratta e sempre più vicina ad un generale modello di conoscenza, razionale nel suo impianto, differenziato nella sua applicazione.

 

Logica, dialettica e retorica

Sia Perelman che Toulmin, in quel cruciale anno topico, ci consegnano due progetti complementari di revisione della logica. Tolgono dall’inconsistenza l’ambito della non evidenza, del probabile, del verosimile, e ne fanno il campo di applicazione di una dialettica non più figlia di un dio minore.

Si muovono oltre i bordi della logica moderna, estendendone i confini ma anche trasformandone la natura. In questa doppia operazione essi introducono un movimento, l’idea di una logica in azione, e una trasformazione, integrando nella logica dell’argomentazione i presupposti, le credenze, gli ambiti e i contesti concreti in cui sviluppiamo le nostre giustificazioni razionali.

Quella dialettica diventa una logica che si congeda dall’ansia della validità per scegliere il criterio dell’efficacia. E’ valida l’argomentazione che produce un effetto di convinzione razionale nell’uditorio.

Anche per questo la nuova dialettica si presenta intrecciata e, talvolta, confusa con la retorica. Il nucleo dialettico del nostro argomentare si presenta sempre all’interno di un contesto che è sempre retorico, perché mira alla persuasione. La dialettica vive nel contesto retorico ma non si riduce ad esso. Non si tratta di un suo limite, ma di una condizione, forse anche di una risorsa. Come mostra bene il testo di Perelman e Olbrechts-Tyteca lo studio dell’argomentazione dialettica attinge agli sterminati repertori consegnatici dalla letteratura, dalla giurisprudenza, dalla filosofia, dalla politica… Le storie e i ragionamenti che ci hanno costruito portano con sé forme e valori, intrecciati in un discorso in cui la razionalità si sviluppa insieme alla capacità retorica di darle corpo: logos e pathos si sono sempre intrecciati, almeno al di fuori della logica moderna. Il che non mina né svilisce la forza razionale del nostro argomentare. Ne mostra la natura situata, il carattere storico e transitorio, la complessità irriducibile ad un ideale di ragione che, appunto, è un ideale, non una pratica.

D’altra parte proprio in questo intreccio tra una dialettica ritrovata e una retorica mai perduta si cela anche lo sfondo delle ricerche che sono nate a partire dal 1958. In parte consistente, infatti, esse si sono indirizzate verso lo studio del lato in ombra delle ricerche di Perelman e Toulmin: la discussione, l’ambito specifico del dibattito, le condizioni di sviluppo e di fine della controversia, in una parola l’ambito pragma-dialettico. Certo il ragionamento dialettico è pensiero, prima che discorso. Ma si definisce e si precisa solo nella discussione, nella messa alla prova del dialogo tra diversi. Si recupera così, anche nella dialettica, un’idea di logos che era apparsa già in Platone, e che un lungo cammino ha riportato alla nostra attenzione:

Il pensiero e il discorso sono la stessa cosa, con la sola differenza che quel discorso che avviene all’interno dell’anima, fatto dall’anima con se stessa, senza voce, proprio questo fu denominato da noi “pensiero”. (Sofista 263e)

Il pensiero è dialogo che avviene nell’anima, non meno che discussione razionale tra diversi interlocutori che scelgono di confrontarsi. Non è la dimostrazione incontrovertibile la via maestra per la ricerca della verità, almeno di quella verità complessa che ci interessa davvero: “Tra la verità assoluta e la non verità – scrive Bobbio nella Prefazione italiana al Trattato dell’argomentazione - c’è posto per le verità da sottoporsi a continua revisione, mercè la tecnica dell’addurre ragioni pro o contro” (p. XIX).

Ecco, noi oggi siamo ancora inconsapevoli, almeno sul piano teorico, di questa cultura del probabile, di questa discussione sulla verità incerta, di questa logica del revocabile. Vittime di un’idea alta di verità, nobile quanto rara, finiamo per non cercare nemmeno una teoria dell’opinabile. Inseguendo l’ideale dell’esattezza rischiamo di perdere di vista lo sterminato territorio del  pressappoco, in cui pure viviamo e respiriamo, pensiamo e discutiamo.

La storia di questi cinquant’anni di rinnovata attenzione per la dialettica ci ha regalato una consapevolezza: dobbiamo cercare la verità sapendo di non possederla. Argomentare è il solo modo per inoltrarsi in questo regno del più e meno, è il solo modo per cercare una piattaforma comune, una qualche verità, una ragionevole condivisione. Argomentare equivale ad educarci a questa ricerca, mai definitiva, mai perentoria, sempre pregiudicata. Ma è il modo più civile con cui, senza violenza, possiamo razionalmente convivere.

 

Bibliografia

Perelman C. Olbrechts-Tyteca L. (1958) Traité de l'argumentation. La nouvelle rhétorique, Paris, PUF, 1958,  tr. it. Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Torino, Einaudi, 1966.

Perelman, C.  (1977), Argomentazione, in  Enciclopedia Einaudi,  Torino, Einaudi, 1977

Toulmin S.E. (1958) The Uses of Argument, London, Cambridge University Press, 1958, tr. it. Gli usi dell’argomentazione, Torino, Rosenberg & Sellier, 1975.

 


Il testo di tutta l'introduzione si può leggere in

A. Cattani, P. Cantù, I. Testa e P. Vidali (a cura di), La svolta argomentativa. 50anni dopo Perelman e Toulmin: 1958-2008, Napoli: Loffredo, 2009.

 


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