Che cos'è un'argomentazione?

 

       di Paolo Vidali

      

1. L'argomentazione

2. Argomenti e dimostrazioni

3. Argomentazione e incertezza

4. Il ruolo dell'uditorio e il contesto enunciativo

5. Argomentazione e sistema di credenze

6. Argomentazione e filosofia

7. Come argomentare sui fondamentali

8. Argomentare nella scienza

9. Argomentazione e schemi argomentativi


 

1. L'argomentazione

L'argomentazione è un ragionamento situato.

E' un ragionamento nel senso che consiste nell'inferire, da enunciati che fanno da premessa, un enunciato che costituisce una conclusione.

Ma a differenza di quanto avviene nella logica formale, le premesse non sono vere. Sono solo assunte come vere da chi sviluppa il ragionamento e/o da chi lo ascolta e lo valuta. Il valore di verità di quanto è affermato nelle premesse dipende dal livello di credenza sia di chi enuncia che di chi ascolta e valuta l'argomentazione.

 

2. Argomenti e dimostrazioni

Se dico:

ogni A è B,

ogni B è C

x è un A,

_____________

 

allora x è un C

ho sviluppato un ragionamento dimostrativo. Non ho argomentato: ho ragionato senza contesto, senza una semantica riferita ad un mondo reale, usando la capacità di condurre inferenze, codificata dalla logica attraverso schemi e regole consolidati.

Se invece affermo:

Aldo è amico di Barnaba

Barnaba è amico di Carlo

_______________________

 

allora Aldo è amico di Carlo

ho condotto un ragionamento formalmente simile, ma sostanzialmente diverso. Questo ragionamento, propriamente un'argomentazione, si sviluppa assumendo la premessa generale che "gli amici degli amici sono amici tra loro". E, com'è ovvio, tale premessa non vale sempre, né per lo più.

Ecco, argomentare significa ragionare in un contesto probabile e non certo, partendo da premesse accettate ma non necessariamente vere, rivolgendosi ad interlocutori situati, cioè portatori di credenze, principi, assunti che possono divergere dai miei e da quelli di altri interlocutori.

Si può riassumere la differenza tra ragionamento dimostrativo e ragionamento argomentativo seguendo lo schema seguente:

 

Dimostrazione

Argomentazione

Impersonale

Personale

Indipendente dal tempo e dallo spazio

Situata nel tempo e nello spazio, vincolata al qui ed ora

Valida sempre e per tutti

Valida nella situazione in cui è proposta

Incontrovertibile

Sempre rivedibile

Superfluità di un'ulteriore dimostrazione

Opportunità dell'accumulo

Fondata su assiomi

Fondata su opinioni presupposizioni, precedenti   

Vale il principio del terzo escluso

Non vale il principio del terzo escluso, del tutto o niente

Carattere di verità logica, valida sempre e ovunque

Carattere valutativo, tipico della giustificazione della ragionevolezza di una scelta

Evidenza e necessità

Verosimiglianza, plausibilità, probabilità

Brevità e semplicità

Ampiezza e ornamento

Usa un linguaggio che può essere anche artificiale, simbolico

Usa un linguaggio naturale

Indifferente rispetto al destinatario

Postula un uditorio determinato

Non negoziabilità

Negoziabilità delle conclusioni

Implica la possibilità di un calcolo, anche meccanico

Implica comunicazione, dialogo, discussione, controversia

Esclude la possibilità di accrescimento dell'adesione

Ammette gradi di adesione diversa

Definitiva e ultimativa

Comporta decisioni modificabili, in caso di intervento di nuovi fattori o mutamenti nelle valutazioni

Giudicata in base a criteri di validità e correttezza

Giudicata in base a criteri di rilevanza, di forza o debolezza

Teoricamente autosufficiente

Mira all'adesione; volta all'azione, immediata o eventuale

(tratto da Cattani, Forme dell'argomentare. Il ragionamento tra logica e retorica, Padova, GB edizioni 1990, pp. 22-23 con modifiche)

 

3. Argomentazione e incertezza

Argomentare significa quindi ragionare in un contesto di incertezza.

Come scrissero Perelman e Olbrechts-Tyteca nel 1958, in un testo che rilanciò lo studio dell'argomentazione nel Novecento, è grande l’importanza che continua ad assumere il verosimile e il probabile nel determinare le nostre scelte:

 “…sebbene nessuno possa negare che la capacità di deliberare e argomentare sia un segno distintivo dell’essere ragionevole, lo studio dei mezzi di prova utilizzati per ottenere l’adesione è stato completamente trascurato, negli ultimi tre secoli, dai logici e dai teorici della conoscenza. Ciò si deve a quanto vi è di non costrittivo negli argomenti sviluppati a sostegno d’una tesi. La natura stessa dell’argomentazione e della deliberazione s’oppone alla necessità e all’evidenza, perché non si delibera dove la soluzione è necessaria, né si argomenta contro l’evidenza. Il campo dell’argomentazione è quello del verosimile, del probabile, nella misura in cui quest’ultimo sfugge alle certezze del calcolo"  (Chaïm Perelman, Lucie Olbrechts-Tyteca, Traité de l’argumentation. La nouvelle rhétorique, PUF, Paris, 1958; trad. it. Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica. Torino, Einaudi, 1966).

 

4. Il ruolo dell'uditorio e il contesto enunciativo

Il secondo aspetto che va sottolineato è la consapevolezza che ogni pratica argomentativa si svolge “in funzione di un uditorio” (ivi p. 7), producendo effetti di credenza e di persuasione in un pubblico o in un interlocutore.

 “Mentre un sistema deduttivo si presenta come isolato da ogni contesto, un’argomentazione è necessariamente situata. Per essere efficace, essa esige un contatto fra soggetti. Bisogna che l’oratore (colui che presenta l’argomentazione oralmente o per scritto) intenda esercitare mediante il suo discorso un’azione sull’uditorio, cioè sull’insieme di coloro che egli si propone d’influenzare.  (Perelman C., Argomentazione, in "Enciclopedia Einaudi", Einaudi, Torino 1977, vol. 1, p. 791).

 

5. Argomentazione e sistema di credenze

Il carattere situato dell'argomentazione impone, dunque, una presa in carico del corpo di credenze e di conoscenze che l'uditorio, o l'interlocutore, condivide.

“ Noi “conosciamo” qualcosa (nel senso più proprio e stretto del termine) se, e solo se, abbiamo una ben fondata credenza in essa, la nostra credenza è ben fondata se, e solo se, possiamo produrre buone ragioni che la supportino; e le nostre ragioni sono realmente buone (secondi i più restrittivi canoni filosofici) se, e solo se, possiamo produrre un argomento “conclusivo”, o formalmente valido collegando questa credenza a un punto di partenza che non viene messo in discussione (e che preferibilmente non si possa mettere in discussione) (Toulmin S. E., Knowing and Acting. An Invitation to Philosophy, New York, Macmillan, 1976, p. 89).

Questa definizione di argomento ci aiuta a comprendere un aspetto specifico del nostro ragionare. Conoscere implica credere e argomentare, e argomentare implica anche proteggere criticamente certe premesse per discuterne altre. Si evidenzia così, in questa sintesi toulmaniana,  il valore delle premesse assunte e, tra queste, dei luoghi comuni accettati. Essi solitamente vengono oscurati, e ciò a riprova del valore che assumono, nel nostro ragionare argomentativo, le premesse da cui partiamo.

 

6. Argomentazione e filosofia

Argomentare, infatti, non è solo una procedura razionale per stabilire delle conclusioni in contesti di incertezza. Argomentare non è solo adattare il ragionamento ad un uditorio che si cerca di persuadere razionalmente. Argomentare non è solo mediare tra le differenze per stabilire un consenso ragionato. L’argomentare è il modo stesso con cui agisce la filosofia (vedi Filosofia e argomentazione).

La filosofia, infatti, è discussione razionale sui fondamentali. Siano essi principi etici, strutture ontologiche, valori politici, condizioni di pensabilità, la filosofia riflette su tali fondamentali cercando di coglierne le implicazioni e le relazioni, immaginando mondi in cui essi agiscono e criticando mondi e modi in cui vengono disattesi. La filosofia è indagine razionale, e solo razionale, sui fondamentali del nostro pensare, del nostro agire, del nostro essere.

Da Platone in poi per lungo tempo si chiamerà “dialettica” l’esercizio del ragionare argomentativo sui fondamentali. Solo la filosofia svolge questa attività, come sostiene Platone in modo un po’ sferzante nella Repubblica. Le discipline “scientifiche”, come diremmo oggi, accettano i principi da cui esse partono senza discuterli; così facendo, per Platone,

“nello studio dell’essere procedono come sognando e … non riescono a scorgerlo con perfetta lucidità finché lasciano immobili le ipotesi di cui si servono, essendo incapaci di renderne ragione. Chi accetta come principio una cosa che ignora e se ne vale per intessere conclusioni e passaggi intermedi, cosa potrà mai fare per trasformare una simile convenzione in scienza? – Nulla, rispose. – Ebbene, dissi io, il metodo dialettico è il solo a procedere per questa via, eliminando le ipotesi, verso il principio stesso, per confermare le proprie conclusioni; e pian piano trae e guida in alto l’occhio dell’anima.” (Platone, Repubblica VII, 531c-534a).

Aristotele non fa che precisare e articolare meglio questa intuizione platonica. Per lo Stagirita scopo della dialettica è mettere alla prova una tesi (Topici, VIII, 159a, 161a), conoscere e saggiare le opinioni degli uomini (Topici, I, 101 a) e, infine, come in Platone, saggiare il valore epistemologico dei principi da cui parte ogni scienza. Scrive infatti nei Topici:

 “[Lo studio della dialettica] è utile altresì rispetto agli elementi primi riguardanti ciascuna scienza. Partendo infatti dai principi propri della scienza in esame, è impossibile dire alcunché intorno ai principi stessi, poiché essi sono i primi tra tutti gli elementi, ed è così necessario penetrarli attraverso gli elementi fondati sull’opinione (éndoxa), che riguardano ciascun oggetto. Questa peraltro è l’attività propria della dialettica, o comunque quella che più le si addice: essendo infatti impiegata nell’indagine, essa indirizza verso i principi di tutte le scienze.” (Aristotele, Topici, I, 101a).

 

7. Come argomentare sui fondamentali

Aristotelicamente definita, la dialettica è cruciale per saggiare la tenuta dei principi primi di ogni scienza: ma non è una scienza, perché procede per interrogazioni e si serve di premesse concesse dall’avversario, senza la garanzia che esse siano vere e adeguate per una dimostrazione.

Ma come si ragiona sui fondamentali? Come è possibile discutere razionalmente su ciò che è costitutivo del ragionare stesso?

Prendiamo il principio di non contraddizione. Come fare se qualcuno afferma che non si tratta di un vero principio? Se qualcuno dice A e non-A nello stesso tempo e nello stesso senso – c’è chi lo fa di mestiere, nella politica italiana -  è possibile criticarlo? E’ possibile portare ragioni contro la sua tesi?

E’ noto come Aristotele affronti e risolva il problema della giustificazione del principio di non contraddizione (Metafisica, IV, 1006a, 16-28). Se qualcuno lo nega e pretende poi di affermare qualcosa, diciamo A, che egli ritiene sensato, allora gli si può far notare che se afferma A sta usando proprio quel principio che egli nega. Se dice A, infatti, non intende dire non-A. E quindi, anche se non lo afferma, sta utilizzando il principio di non contraddizione. Questo passaggio della Metafisica è ritenuto un classico, ma anche Aristotele sa che è strutturalmente debole. Come ogni argomentazione è discutibile. Infatti se il nostro interlocutore, dopo aver negato il valore del principio di non contraddizione, semplicemente tace, diventa impossibile confutarlo. Con buona pace del potere persuasivo della dialettica.

Aristotele ribadisce anche un altro aspetto interessante dell’argomentare, una sorta di sua “doppia natura”. La dialettica si applica ai principi, come abbiamo visto, nel senso che permette di discuterli, di sospenderli, di saggiarli. Abita nella sala del trono del ragionare. Ma vive anche nella bassa cucina delle opinioni umane. La dialettica si riferisce “agli elementi che appaiono accettabili a tutti, oppure alla grande maggioranza, oppure ai sapienti, e tra questi o a tutti, o alla grande maggioranza, o a quelli oltremodo noti e illustri.” (Topici I, 100b).

Così, se ben condotte, usano la stessa strategia tanto la discussione razionale sui principi, propria della filosofia, quanto la discussione al bar sulle ragioni della sconfitta italiana agli europei. Si argomenta sulla universalità dei diritti umani, ma si argomenta anche sulla plausibilità di un modulo ad una sola punta.

Questa contaminazione può stordire, ma non va elusa. Anzi. L’idea, tutta moderna, che il ragionamento migliore sia quello che parte dall’evidenza e mira alla certezza ha offuscato per secoli il lavorio silenzioso ma ineludibile dell’argomentare. Accantonato con tutta la scolastica, che della dialettica aveva finito per fare una maniera più che uno strumento, l’argomentare è sopravvissuto nelle controversie filosofiche, nella giurisprudenza, nella riflessione sulla storia e le scienze sociali.

 

8. Argomentare nella scienza

Verso la fine degli anni ’50 anche la riflessione sulla scienza attraversa una fase di profonda revisione. Esauritasi la spinta di matrice neopositivista, appare in difficoltà il modello che cerca un metodo nella scienza (al singolare nonostante la diversità delle discipline). La riflessione di Quine sulla circolarità tra analitico e sintetico (I due dogmi dell’empirismo, 1951), il libro di Hanson sulla teoreticità dell’osservazione (I modelli della scoperta scientifica, 1958), ma soprattutto La struttura delle rivoluzioni scientifiche di Kuhn (19621 -19702), aprono la strada ad una prospettiva diversa

Centrale è la nozione di paradigma. Costituito dalle nozioni di base con cui si articola una scienza, esso consiste in una visione del mondo, storicamente determinata e condivisa da una comunità di scienziati, in grado di fissare la lista dei problemi verso cui indirizzare la ricerca, di fornire le tecniche e le strategie di base per la soluzione di tali problemi, di determinare le procedure di verifica sperimentale e di impostare la formazione dei futuri scienziati. E’ un modello di pensiero e di formazione, una cupola teorica i cui presupposti sono accettati e riprodotti dalla comunità di scienziati al suo interno. Fare scienza è riprodurre il paradigma, mostrare che funziona, normalizzare i problemi risolvendoli al suo interno.

Ma certe anomalie non si risolvono, anzi crescono. E’ in questa fase che nascono discussioni e rotture tra sostenitori di diverse teorie, alcune interne al paradigma, altre esterne, e da questo travaglio prima o poi emerge un corpus teorico che si candida a sostituirsi al paradigma precedente, determinandone uno nuovo. E’ accaduto così nel passaggio dalla fisica aristotelica a quella galileiana, dal sistema tolemaico a quello copernicano, dalla teoria del flogisto alla chimica di Lavoisier, dalla fisica classica a quella moderna.

Questo è il punto centrale. Non solo nella filosofia ma anche nella scienza il cambiamento paradigmatico richiede il ricorso al ragionamento argomentativo. Solo così è possibile, come fa da sempre la filosofia, sospendere i principi e immaginarne di diversi. Cosa accade se per risolvere l’anomalia immagino che il tempo si dilati in funzione dalla velocità? Che la lunghezza dell’interferometro si contragga nel senso del moto? Che l’energia si distribuisca in modo quantizzato? Sondare le conseguenze di queste intuizioni, valutarne la portata, calcolarne i rischi e le possibilità, giustificare ciò che ne deriva: così gli scienziati argomentano nei passaggi paradigmatici. Lo ha fatto Galileo contro i suoi avversari aristotelici; lo ha fatto Newton quando ha dovuto giustificare la forza di attrazione gravitazionale; lo ha fatto Darwin nei confronti del fissismo e del creazionismo biologico… A cercarli i casi sono infiniti. Ogni significativa variazione paradigmatica, entro una data disciplina scientifica, è consistita nel ricorso all’argomentare sui fondamentali di quella disciplina, mostrando che potevano cambiare generando nuove prospettive di ricerca, o producendo delle sintesi insospettabili.

 

9. Argomentazione e schemi argomentativi

Se una lunghissima tradizione, che parte dalla Grecia antica e arriva fino a noi, ci ha consegnato una straordinaria competenza argomentativa (o dialettica, se si preferisce), tuttavia non esiste ancora una codificazione precisa degli strumenti di cui si serve il ragionamento argomentativo.

Una proposta, che viene illustrata in questo sito, consiste nel legare in un'unica tipologia le premesse (i luoghi), gli argomenti e le fallacie, cercando di ricondurre ad un sistema di riferimento comune tutta la strumentazione relativa all'argomentazione.

Ne risulta uno schema generale basato sull'articolazione di 5 grandi ordini

 1) COERENZA: la cogenza della inferenza deduttiva, il valore della razionalità, la coerenza logica;

2) IDEALE: i valori, le essenze, gli ideali;

3) ESISTENTE: l’esperienza, la realtà concreta;

4) ORDINE: l’ordine, i rapporti, la simmetria, le relazioni;

5) PERSONA: l’azione umana, la persona.

Una tipologia è sempre provvisoria e parziale. Tuttavia essa ha un valore. Mostra il nascosto, con una sorta di provvisoria radiografia del pensiero diffuso, utilizzato nell’argomentare. E’ un pensiero centrato su metavalori  (coerenza, ideale, esperienza, ordine, uomo), su sistemi di valori generalmente condivisi (l’articolazione dei topoi),  attraverso schemi argomentativi riconosciuti legittimi, esposti a fallacie individuabili, anche se non del tutto eliminabili.

Il modo in cui essa cambia, si addensa, si sposta, interagisce sistemicamente al proprio interno, muta, cambia frequenza e argomenti ci permette di capire come cambia il nostro modo di pensare, quello meno strutturato, quello più immediato, quello più comune e quotidiano.

Ci permette di capire il modo in cui si forma e si trasforma il nostro pensiero diffuso.

 


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