Analizzare gli argomenti

 

 

Si riporta qui un testo di Beniamino Placido da utilizzare come esercizio di individuazione degli argomenti usati per sostenere la tesi: perché non possiamo non dirci tifosi.

 


Ecco perché non possiamo non dirci tifosi

di Beniamino Placido

 

… Ad un party io e Hans Jeppson, la punta di diamante della nazionale svedese ai Mondiali del 1950, ci siamo subito appartati; ci siamo messi a parlare fitto fitto di quelle partite, di quel calcio, di quei gol. Finché qualcuno, probabilmente infastidito per la piega che la conversazione aveva preso, non si rivolse a noi due, soprattutto a me. Ma perché tutti questi palpiti, tanti ricordi? Lui, lo comprendiamo: mi dicevano, guardando Jeppson. Il calcio era la sua vocazione, la sua professione. Ma lei (guardando me) si può sapere di dove vengono le sue commosse memorie, le sue palpitanti emozioni di vecchio tifoso. E di grazia, che senso hanno?

Si aspettavano che spiegassi, che mi spiegassi. Mi sembrava di essere pronto a farlo. Tanto più che di spiegazioni già elaborate - sul perché tifiamo, perché soffriamo, quando il pallone entra nella nostra porta, perché ci esaltiamo quando entra in quella avversaria - ce ne sono tante. Ero pronto a richiamarne alla mente qualcuna. Per esporla educatamente a quel tavolo. Onde convincere tutti gli astanti. O almeno parte di essi.

Purtroppo non andò così Mi accorsi subito, con disagio, che non stavo parlando. Stavo balbettando. Ciascuna di quelle ragioni che man mano tiravo fuori suonava falsa. O fatua. Comunque, insufficiente. Questo leggevo negli occhi educatamente perplessi, lievemente ironici dei miei attenti interlocutori.

Provai a raccontare quel che più volte mi hanno raccontato, convincendomi: che il calcio è un equivalente simbolico della guerra. E animali da guerra ahimè purtroppo siamo. Specie noi maschi. Per fortuna sui campi da gioco non ci si ammazza (non sempre, non proprio.

Provai a spiegare che il gioco del calcio è un conflitto organizzato intorno al «territorio». Al possesso del territorio al controllo del territorio. Non so se ebbi l'impudenza di citare persino Konrad Lorenz e Robert Ardrey, che ce l'hanno eloquentemente spiegato[1].

Ma è proprio così. «Di qui non si passa»: urlavano i difensori di una volta, guardando fisso negli occhi l'attaccante nemico. Questo è il mio territorio. «Di qui non si passa», ripeteva (e ripete) fra sé e sé il portiere: difendendo la parte più preziosa e più gelosamente custodita, più «femminile» del suo territorio: la porta.

E poi: il calcio ci ridistribuisce in tribù contrapposte: ciascuna con i suoi simboli, i suoi totem, le sue frecce e i suoi archi: ha scritto l'antropologo Desmond Morris. Ed animali tribali in fondo siamo. Meglio se lo riconosciamo. [2]

 

E poi ancora - altra cosa più volte sentita o detta - il tifo calcistico è una forma di religione. Com'è vero. La devozione, inattaccabile, che portiamo alla squadra del cuore è ancora più ferma e più fervida di quella che portiamo a San Biagio, a San Rocco, o alla Madonna di Pompei. Sarà irrazionale, d'accordo.- Ma quanta razionalità c'è (con rispetto parlando) nei miracoli di San Biagio o di San Rocco?[3]

 

E poi ancora, ma sempre arrancando, o evocato l'anima santa di Pier Paolo Pasolini. Che paragonava il calcio alla poesia. E soleva dire: niente da fare. Ogni anno si scopre che il miglior poeta dell'anno risulta essere sempre il vincitore della classifica dei cannonieri.

 

La poesia. Forse no. Ma il teatro sì, perbacco. Non è il calcio, come è stato detto, un «gran teatro per le masse»? Per di più, uno spettacolo teatrale assolutamente imprevedibile. Chi segnerà adesso? Lo parerà il portiere questo rigore? Mentre il normale spettacolo teatrale, per quanto ci provi ad essere inventivo o sorprendente, raramente (cioè mai) ci riesce. Tutto è stato già scritto (nel testo, ancorché postmoderno). Tutto è stato già  provato  e riprovato (sulla scena). Sappiamo già quel che accadrà nel terzo, nel quarto e anche nel quinto atto.[4]

E poi, buttalo via il calcio.

 

Rappresenta uno strumento di promozione sociale finalmente egualitario. Vale sempre e soltanto il merito. Puoi essere figlio di gente modestissima, ed avere la classe di Pelé. In nazionale ci andrai. Puoi essere invece il rampollo di una nobile famiglia, ricca di beni e di appoggi; ma se sei una scartina, una scartina resterai. Non sarai convocato nemmeno per la rappresentativa della tua scuola o del tuo ufficio.[5]

Buttalo via il calcio. Che ti consente, se sei tifoso, di avere un facile argomento di conversazione-alla pari con tutti. Anche con il tassista, anche con il giornalaio, anche con il tabaccaio. E consente a loro di discutere alla pari con te. Che pure sei laureato. E lo sanno.[6]

 

A quel punto, stremato dallo        sforzo, temendo di avere non già convinto, ma stancato gli interlocutori (così come temo di avere non convinto, ma stancato il lettore diffidente e «razionale») mi sono attaccato ad un ultimo argomento. Ce ne sarebbero in realtà ancora tanti. Ma questo mi è stato spiegato una volta con particolare sottigliezza. Se ci pensi, mi è stato detto, il calcio consente una esaltante esperienza di riscoperta - rivalutazione del corpo. Di quelle parti del corpo che di solito non amiamo, o adoperiamo in modo banale. Fatta eccezione per il portiere, nel gioco del calcio nessuno può usare le mani. E' proibito. Al calcio si gioca con i piedi. Ora che cosa ci fai tu normalmente con i piedi? Ci cammini. Nel calcio invece ci puoi fare cose meravigliose con i tuoi piedi - in difesa, in attacco, in appoggio - se sei ben dotato, se li hai bene educati.

E con la nostra spaziosa fronte, che cosa ci facciamo? Nulla, salvo adoperarla qualche volta per dare una gran botta contro una vetrina, o una vetrata che non abbiamo visto in tempo. Con la fonte, il calciatore levatosi tempestivamente in aria con un gran balzo, può imprimere alla palla un gran colpo di testa che la manda ad infilarsi nella porta avversa.[7]

A quel punto la serata era bella che terminata. Cominciarono i congedi. Con Hans Jeppson ci stringemmo la mano, con affetto, ripromettendoci di rivederci al più presto, per parlare ancora. «Non soltanto di calcio, spero», intervenne la sua amabilissima consorte.

Con gli altri ospiti i saluti furono - non lo nego - piuttosto imbarazzati. Non avevo convinto nessuno. Tant'è vero che in ascensore riaffiorò qualcuna delle prime domande. E tutto questo (tutto quello che lei ci ha raccontato) spiegherebbe le vostre palpitazioni, le vostre trepidazioni di tifosi? Le vostre emozioni, così inspiegabilmente profonde? E radicale? Le vostre intemperanze di tifosi? Perché ci sono, dica la verità, anche quelle. Non avevo convinto nessuno. Colpa mia. Avevo fatto, ricorso agli argomenti sbagliati. Avevo trascurato quell'unico argomento che funziona, per spiegare - e giustificare - il tifo calcistico. L'avevo trascurato per pudore. Giacché si trova proposto, implicitamente, in un libro di filosofia.

Un libriccino scritto da un giovane filosofo greco che si chiama Kostis Papajorgis, e che i tedeschi hanno tradotto adesso, proprio adesso nella loro lingua. Per merito della casa editrice «Deutscher Taschenbuch Verlag». Titolo Der Rausch. Che vuol dire: l'ebbrezza, la sbornia, l'ubriacatura. Non parla del calcio, no. Parla di quella voglia di «ebbrezza», di «sbornia», di abbandono (provvisorio si intende) del razionale che si ritrova descritto nei greci antichi, nonché in Baudelaire, in Dostoevskj, in Jack London, in tanti altri. E che si soddisfa col vino, o con il fumo (Sartre) o con i fumi dell'incenso. Sicché quella che sembra ai «razionali» la conseguenza a dir poco nefasta della partita di calcio: la reazione smodata, appassionata dei tifosi con le loro (e nostre) intemperanze, ne è invece la causa prima. La «causa finale», per esprimersi con gli aristotelici. Andiamo alla partita, o la guardiamo in televisione proprio per poterci abbandonare poi alle nostre palpitazioni, trepidazioni, emozioni di tifosi. Con qualche concessione a qualche (moderata, si capisce) intemperanza.[8]

Siamo pronti a tifare contro la Francia, domani. Siamo pronti ad «inebriarci» nel caso di vittoria della nostra squadra, («non c'è nulla di meno filosofico che volere savia e filosofica tutta la vita»: l'ha detto se non sbaglio Giacomino Leopardi).

 

La Repubblica, giugno 1998


 

[1] AUTORITA'

[2] ANALOGIA

[3] ANALOGIA

[4] ESSENZA

[5] AD CONSEQUENTIAM

[6] AD CONSEQUENTIAM

[7] MODELLO

[8] CAUSA

 

 

 


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