La costruzione di una tesi

 

  

   Platone e il problema della conoscenza

 

La posizione di un filosofo entro un problema è una complessa architettura, fatta di premesse, di strategie  argomentative, di critiche e di invenzione di mondi possibili. Ne è un esempio il modo in cui Platone giustifica la superiorità della conoscenza intelligibile. Parte da una domanda e da un paradosso.

Come conoscere qualcosa che si ignora? Non la si può cercare, perché non la si conosce; non la si può trovare, nemmeno per caso, perché non la si riconoscerebbe.

Platone in più di un’occasione utilizza questo paradosso per parlare di conoscenza (Menone 80e, Eutidemo 276 a-c, Teeteto, 165 b); il modo con cui lo risolve richiede un’accurata analisi di ciò che si intende per conoscenza, dei diversi significati e dei diversi livelli in cui è accessibile.

Platone non nega la conoscenza sensibile. Semmai critica il giudizio che si appoggia solo ad essa e le generalizzazioni che derivano da una semplice somma di osservazioni.

Ma perché, per Platone, l’esperienza è insufficiente per conoscere? Certo perché è imprecisa, ma non solo.

Se cerchiamo di capire perché due cose si assomigliano, dai sensi ci verrà la loro descrizione fisica, mai la possibilità di cogliere ciò che in esse vi è di comune. Se con l’udito ascoltiamo la musica di uno strumento a fiato e con la vista vediamo un uomo con un flauto in bocca, con quale senso cogliamo il nesso tra dato sonoro e dato visivo? Con quale senso, si chiede Platone, possiamo cogliere l’uguaglianza e la differenza tra due enti, tra due numeri, tra due qualità? Platone utilizza qui un argomento a contrario, cioè in presenza di una generalizzazione (tutta la nostra conoscenza deriva dai sensi) mostra che, al contrario, vi è qualcosa di particolare che non è contemplato in essa (l’uguaglianza non deriva dai sensi). Con ciò mostra che conoscenza e sensazione non si identificano.

Ma se non sono i sensi la fonte primaria della nostra conoscenza, che cosa lo è? Per rispondere Platone deve anzitutto chiarire che cosa conosciamo, deve determinare qual è l’oggetto proprio del nostro conoscere.

Quando diciamo che due cose sono uguali, abbiamo bisogno di ricorrere all’uguaglianza. Per poter parlare di legni o pietre uguali, deve esserci una nozione di “uguale”, a cui ci riferiamo per misurare su di essa l’uguaglianza di ciò che stiamo confrontando. Non solo deve esserci un “uguale”, ma deve esserci un “uguale in sé”, che rimane stabile, non cambia nel tempo e appare nello stesso modo a chiunque. In caso contrario le due stesse cose verrebbero definite uguali e non uguali, il che sarebbe contraddittorio. Dunque, prima di cominciare a far uso dei nostri sensi, occorre essere già in possesso della conoscenza dell'eguale. L’idea di uguaglianza, quindi, appare la condizione necessaria del nostro conoscere più cose, confrontandole e giudicandole in ciò che esse hanno di uguale e di diverso. Ricordiamo che una condizione necessaria per l’accadere di un evento è una circostanza in assenza della quale l’evento non può accadere, mentre una condizione sufficiente è una circostanza in presenza della quale l’evento deve accadere. Ebbene, l’Idea per Platone è una condizione necessaria della conoscenza, se per conoscenza intendiamo qualcosa di più del semplice dire che le cose esistono.

E’ un caso concreto, un esperimento pedagogico, quello che porta Platone a giustificare la tesi che conoscere è ricordare. Se uno schiavo senza conoscenze riesce a dimostrare una proprietà geometrica per nulla banale, ciò significa che la conoscenza si possiede anche senza l’insegnamento, il che, per Platone, equivale a dire che l’anima ha già conosciuto nell’Iperuranio ciò che ri-conosce nel cammino terreno di conoscenza. Questo modo di argomentare si serve dell’esempio, cioè di un argomento che induce ad accettare una generalizzazione, a partire da un caso particolare particolarmente convincente. L’esempio dello schiavo giustifica, per Platone, la generalizzazione a cui egli mira: tutta la nostra conoscenza è patrimonio dell’anima; a noi spetta solo risvegliarla con un opportuno cammino che va dalle immagini sensibili alle Idee.

D’altro canto, facendo dell’anima l’artefice della conoscenza delle Idee, Platone motiva questo nesso sulla base del principio per cui il simile conosce il simile: l’anima è simile alle Idee e per questo può coglierle; così facendo recupera la concezione di Empedocle, ma la riempie di un nuovo significato: il principio non è più legato alla conoscenza intesa come sensazione, ma alla conoscenza intelligibile.

In conclusione la teoria platonica della conoscenza rende possibile sciogliere il paradosso da cui eravamo partiti. Come conoscere qualcosa che si ignora? Non la si può cercare e non la si può nemmeno trovare. La teoria della reminiscenza è la risposta alla domanda e la soluzione del paradosso. Per Platone conosciamo, partendo dal sensibile, ciò che già la nostra anima possedeva avendo contemplato le Idee. Non si conosce ciò che si ignora, ma ciò che si è dimenticato, ciò che esiste in noi, nel profondo della nostra anima, ma che dobbiamo far emergere attraverso la ricerca e il dialogo. A ben vedere le Idee platoniche non sono solo l’oggetto finale, ma la condizione stessa del conoscere. L’uguale in sé è la condizione di ogni confronto tra enti diversi, il che significa che viene impiegato ogni qual volta facciamo una comparazione. Ecco, di nuovo, che un assoluto ignorare è impossibile, perché per fare anche la più semplice delle comparazioni dobbiamo, in qualche modo, ricorrere a ciò che scopriamo come Idea solo procedendo nel cammino razionale.

  

 


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