Il dilemma del "ticchettio"

Ci sono dei casi in cui è ammissibile la tortura?

Il giurista americano Alan Dershowitz nel suo libro Il terrorismo (2003) pone il dilemma detto " del ticchettio": in presenza del ticchettio di una bomba, cioè avendo catturato un terrorista che sa dove sta per scoppiare una bomba, non sarebbe legittimo sottoporlo a tortura per estorcergli un'informazione che potrebbe salvare molte vite umane?

Discutetene in gruppo e argomentate la vostra posizione.

 


Pro tortura

Vanno poste delle premesse:

1.La vita di ogni persona ha lo stesso valore.

2.Il dolore ha meno valore della morte.

 

A nostro parere, nel caso specifico del testo, è lecito applicare la tortura. Il dolore di una persona è infatti giustificato se questo può comportare la salvezza di altre persone (logica del male minore).

I criteri che abbiamo posto sono per noi oggettivi, si può quindi applicare una generalizzazione senza correre il rischio che venga utilizzata in circostanze in cui non sia strettamente necessario (ribadiamo il fatto che ci riferiamo a situazioni in cui siamo certi che colui che abbiamo davanti sia il vero colpevole, e che tutte le altre strade abbiano fallito).

Il punto 2 vale per ogni persona perché non si possono addurre argomentazioni razionali alla vita dopo la morte. Se una persona dicesse “preferisco morire piuttosto che soffrire” (parlando di dolore fisico) in realtà starebbe usando l’irrazionalità poiché vedrebbe la morte come unica possibilità di uscita dal dolore.

Se ci viene obiettato che la tortura non dà sicurezza del risultato noi rispondiamo che applicarla dopo aver provato tutte le altre strade è comunque una possibilità in più. A parità di situazione, infatti, non applicando la tortura siamo sicuri della morte delle persone, applicandola, può essere che si salvino come può non esserlo.

Nel caso in cui il tentativo fallisse avremmo sia la morte delle persone sia il dolore del terrorista, ovvero solo effetti negativi. Tuttavia la nostra scelta è comunque giustificata, essendo impossibile calcolare una probabilità a causa della differenza di ogni persona da un’altra. In altre parole, anche se in numerosi casi la tortura non ha permesso di raggiungere lo scopo, non per questo possiamo  essere certi che non funzioni in futuro.

La tortura che intendiamo noi non è da considerarsi come “minaccia di morte” ma puro dolore. Pertanto se ci si ribatte che il nostro tentativo è probabile che fallisca perché il colpevole preferisce morire che parlare, l’effetto è di conferire più possibilità di successo alla nostra azione.

 


 Contro la tortura

Per prima cosa esponiamo i punti che sono centrali al fine di sostenere la nostra tesi, cioè che il terrorista non debba in alcun caso venir torturato; essi sono:

1.       se si applicasse la tortura in questo caso, la si potrebbe applicare in qualsiasi caso. Ad esempio se secondo i presunti torturatori quello fosse un caso a cui la tortura è lecitamente applicabile e così non fosse per altre persone queste, in un’altra situazione, potrebbero rivendicare la possibilità di torturare a loro volta in quanto questa era stata precedentemente concessa ad altri;

2.       in secondo luogo riteniamo che sia improprio sostenere che torturando il terrorista vi sia maggiore probabilità di individuare la bomba, poiché la probabilità si misura su numero di casi analizzati che in questo caso è zero. Qualora invece si parlasse di possibilità  bisogna comunque ammettere che questa si può sciogliere solo a posteriori e che comunque rappresenta un’incertezza non quantificabile che può assumere anche valore zero;

3.       bisogna comunque considerare l’ipotesi che il terrorista potrebbe non dire la verità o comunque non parlare;

4 .     se il diritto a non essere torturato spetta come del resto ogni altro diritto al terrorista in quanto uomo e non dipende dalle sue azioni, esso non deve essere lui negato in quanto sarebbe una grave violazione dei diritti umani e del principio di uguaglianza;

 Oltre a questo, poniamo delle obiezioni alle tesi dei nostri avversari:

·       loro considerano il principio che il dolore valga meno della morte come oggettivo ma basta che un solo uomo pensi che la morte sia una liberazione dal dolore non necessariamente argomentando ciò, per far si che questo presunto principio oggettivo non sia più tale;

·       partendo dal loro presupposto che torturando l’uomo si avrebbe  comunque una possibilità di riuscita rispetto a non fare nessun tentativo (“tentar non nuoce”)  e considerando però che questa possibilità è verificabile solo a posteriori, cadono in contraddizione poiché nei casi in cui non si riesca a salvare la gente si avrebbe una vita torturata in contrapposizione ad una vita non torturata;

·       inoltre, a nostro parere è confutabile la definizione da loro data “il dolore è solo un segnale del corpo e per questo motivo esso vale meno della morte”.

Secondo noi infatti il dolore visto nel suo massimo grado è ciò che potrebbe essere motivo di desiderare la morte, in quanto ogni uomo è libero e arbitro del proprio destino ed essendo che la causa ha maggior valore rispetto al suo effetto in quanto lo determina, esso potrebbe avere per queste persone valore maggiore.

 


 

Discussione svolta in una classe IV di Liceo scientifico nel 2010 dopo lo studio dell'Illuminismo e, in particolare, della posizione di Beccaria.

 

 

 


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