Un esempio di argomentazione

La pena di morte

 

Pena di morte, ricetta inutile

Mario Marazziti

La Stampa, 29 aprile 2001

 

La pena di morte, con o senza processo, sembra che esista dall’inizio dell’umanità, più o meno in tutte le società. Come la tortura e come la schiavitù. Queste ultime due, negli ultimi due secoli, sono diventate ufficialmente una vergogna dell’umanità. …

 

1. La pena di morte non restituisce mai la vita alle vittime. Aggiunge, a freddo, una nuova morte a crimini già avvenuti, quando non si è più in grado di nuocere.

 

2. Se si vuole ridurre e delegittimare la violenza bisogna sapere che la pena di morte, lo si voglia o no, finisce con l’essere una legittimazione solenne, da parte dello Stato, del diritto di togliere la vita. È, insomma, la legittimazione di una cultura della morte e non della vita.

 

3. Non è un deterrente. In nessun paese con la pena capitale sono mai diminuiti i reati gravi. In altri, come il Canada, dove è stata abolita, i reati più gravi sono scesi oltre il 20 per cento. Negli stati Usa che la mantengono c’è un tasso di omicidi che è il doppio o il triplo degli altri stati.

 

4. La pena di morte non risarcisce le famiglie delle vittime, ma le congela, per anni, nell’odio e nell’attesa di una vendetta esercitata dallo Stato a nome dei privati.

 

 

5. Anche chi è convinto che questo «risarcimento» è comunque necessario per uscire dal dolore subito, è bene che sappia che il sistema è drammaticamente iniquo. Se questa fosse l’unica «guarigione» possibile dal dolore vorrebbe dire che 99 famiglie su 100 ne sono sistematicamente private, visto che viene giustiziato negli Usa un omicida ogni cento.

 

6. Nei paesi democratici è una pena che colpisce nove volte su dieci minoranze sociali o razziali (poveri, neri, ispanici). In altri paesi colpisce spesso oppositori politici, minoranze religiose, ed è un mezzo per allontanare la democrazia.

 

7. Negli stessi Usa 100 detenuti per anni nel braccio della morte sono stati rilasciati perché innocenti, e gran parte solo nell’ultimo anno grazie al test del Dna. Su una popolazione di 3500 persone è un tasso di errori giudiziari provati immenso: non si dovrebbe mai poter togliere quello che non si può restituire, cioè la vita.

 

8. La pena di morte contiene una dose di tortura mentale e fisica inevitabile: si muore non solo fisicamente ma anche mentalmente, infatti, dieci, cento, mille volte prima di morire davvero.

 

9. La pena che esclude ogni possibilità riabilitativa esce comunque dal campo della giustizia e si confina nel campo della vendetta, perché fin dall’inizio della detenzione afferma che il detenuto non è più un essere umano ma una sottospecie, un «ex» che non ha e non avrà più nulla di umano.

 

10. La pena di morte non rende migliore né lo Stato né la società civile, semplicemente tenendo fuori, come intoccabili, i «peggiori». Al contrario, abbassa Stato e società civile all’altezza degli assassini. Si potrebbe continuare. Penso sia abbastanza per non incoraggiare in alcun modo la richiesta di una giustizia estrema e sommaria che, a mio parere, farebbe del male anche a chi la invoca (se fosse ascoltato).

 

 

 

 

1.  Non restituisce la vita alle vittime

Ad consequentiam

 

 

2. Legittima il diritto di togliere la vita Pseudo-contraddizione

 

 

3. Non è un deterrente

Fallacia di causa errata

 

 

 

4. Non risarcisce le vittime

Ad consequentiam e/o

Pseudo-contraddizione

 

 

5. Risarcisce pochissimi

Regola di giustizia

 

 

 

 

6. E’ iniqua socialmente

Argomento dell’effetto

 

 

7. Provoca errori irreversibili

Argomento dell’effetto

 

 

8. E’ una tortura

Luogo comune dell'ideale: la violenza è negativa

 

 

 

9. Esclude la riabilitazione

Luogo comune dell'ideale: ogni uomo è sempre tale

 

 

10. Degrada lo Stato

Ad consequentiam

 

 


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