Pensare per esempi

 

 


Questo testo, di Paolo Vidali, è stato pubblicato nella rivista Diogene con il titolo

Pregi e difetti del pensare per esempi, “Diogene” anno 3, Maggio 2008, Giunti editore, pp. 85-87.


1. La geografia dei casi: l'illustrazione, il modello, l'esempio

2. L'esempio come argomento

2.1 Esempio e induzione

2.2. Confutare con l'esempio

2.3.Platone e lo schiavo

3. I limiti del pensare per esempi

4. L'influenza dei media

5. Perché pensare per casi?

6. Testi consigliati


Un ragazzo si è ucciso, tornato a casa dopo scuola. Aveva 14 anni, la fama di ragazzo troppo studioso, una classe con compagni balordi che lo irridevano per questo: "Una volta di più la scuola non sa educare - scrive un famoso psicanalista - perché insegue la competenza anziché la crescita".

L'episodio è tragico ma utile per riflettere sul nostro modo di pensare. Sempre di più si pensa per esempi. Si cerca un caso per introdurre e generalizzare una regola. Ma si può pensare per esempi? Peggio ancora, solo con esempi?

 

1. La geografia dei casi: l'illustrazione, il modello, l'esempio

Quando ragioniamo avviene spesso che si usino casi particolari in vista di una regola generale.  Nel Trattato dell'argomentazione Chaim Perelman sostiene che ciò può avvenire in tre modi: come illustrazione, come modello e come esempio. Come illustrazione il caso particolare servirà da sostegno ad una regola ampiamente riconosciuta; come modello la situazione proposta spingerà a superare una regola data; come esempio il caso servirà a produrre una generalizzazione.

"Guarda il ministro della Giustizia: usa un aereo di Stato per andare a vedere il Gran Premio di Formula Uno". E' un caso di illustrazione, nel senso che si ritiene tutto l'uditorio d'accordo sull'esistenza di una casta di politici che utilizzano male le risorse pubbliche. La regola c'è: non va giustificata, ma solo riaffermata.

"Il centravanti della squadra avversaria, dopo un contatto in area, è andato dall'arbitro per dirgli che il rigore non c'era: un caso raro di onestà calcistica!" Ecco un modello. La regola è massimizzare a proprio vantaggio ogni occasione di gioco. Per questo fa riflettere trovare un calciatore che preferisce l'onestà ad un illecito vantaggio. Con ciò si stabilisce una nuova generalizzazione? No. La regola del massimo risultato resta in vigore, ma va ammirato come un modello chi riesce a non soggiacervi.

Ma che cosa succede quando una regola generale non c'è o non è condivisa dall'uditorio? E' il momento dell'esempio. "Il governo dice di voler abbassare le tasse e invece le alza. Infatti il gettito fiscale di quest'anno è cresciuto del 2,3%!". L'esempio induce ma, spesso, illude. Il gettito può aumentare per svariate ragioni (cresce la produttività, diminuisce l'evasione...) non solo per un incremento della tassazione. Portare ragioni di una tesi non è sempre facile. In questo caso sembra che non le si voglia nemmeno cercare. L'esempio basta come argomento e il discorso corre via, verso altri casi ma senza vere ragioni.

 

2. L'esempio come argomento

L'esempio è uno schema argomentativo che cerca sostegno in quel bacino di sapere condiviso che è l'esperienza. Per questo spesso è più una conferma che una sorpresa. Viene utilizzato per ribadire quanto già si è sperimentato..

"Se immergo un bastone nell'acqua lo vedo spezzato, ma lo sento integro. Ciò mostra che i sensi si contraddicono tra loro: dunque la conoscenza sensibile, che si basa sui sensi, non è attendibile." Questo classico ragionamento filosofico cerca l'assenso basandosi sull'evidenza di quanto è sensibile (tatto e vista) e sull'evidenza di quanto è razionale (la contraddizione tra ciò che essi percepiscono). Da qui si trae una conclusione. Con quale valore? Scarso, visto che potremmo usare lo stesso esempio per giungere ad una conclusione diversa: "Se immergo un bastone nell'acqua lo vedo spezzato, ma lo sento integro. Ciò mostra che i sensi attestano la contraddizione: dunque la conoscenza intelligibile, che si basa sulla non contraddizione, non è attendibile." Il terreno della logica informale è sempre instabile.

 

2.1. Esempio e induzione

L'esempio si presenta così come un incerto strumento di costruzione del generale. Di fatto esso attira e amplifica le obiezioni normalmente rivolte all'induzione. L'induzione empirica (non quella formale) non permette di giungere ad un risultato certo: essa, infatti, anche se ampliativa rispetto alle premesse, è solo probabile. Se ho visto 10 corvi ed essi erano tutti neri, posso affermare che il prossimo corvo sarà nero (versione debole) o che tutti i corvi sono neri (versione forte). Ma senza certezza. Dovrei dire: "probabilmente il prossimo corvo sarà nero" o "probabilmente tutti i corvi sono neri". Se l'induzione è stata costruita da un solo caso (come fa l'esempio) ecco che la conclusione diventa ancora più traballante. Ragionare per esempi equivale a costruire induzioni da un solo caso. Il valore della conclusione è solo probabile. Vale in misura inversamente proporzionale alla quantità di casi esplorati. Di fronte all'universale è quasi nulla.

 

2.2. Confutare con l'esempio

Diverso è il ruolo critico che l'esempio svolge nella confutazione. Se si afferma una generalizzazione (Tutti gli uomini badano solo al proprio interesse) l'esempio può servire a confutare tale regola (Padre Kolbe però è un uomo che ha deciso di morire al posto di un padre di famiglia. Si mostra così la non generalità della tesi. Ma, com'è noto, confutare una generalizzazione non equivale a costruirne un'altra.

 

2.3.Platone e lo schiavo

C'è un terzo e più sottile utilizzo dell'esempio in filosofia. Prendiamo lo schiavo del Menone  platonico. Socrate chiede al suo ospite, Menone, di portargli uno schiavo che non abbia mai studiato geometria. A questi sottopone un quesito: se ho un quadrato di due piedi di lato, quanto sarà lungo il lato del quadrato di area doppia? Il quesito non è banale. Lo capisce lo schiavo stesso che, dopo alcune risposte sbagliate, guidato da Socrate con domande opportune, giunge alla soluzione: il quadrato di area doppia va costruito sulla diagonale. Per Platone questo caso concreto porta a giustificare la tesi che conoscere è ricordare. Infatti se uno schiavo senza conoscenze riesce a dimostrare una proprietà geometrica per nulla banale, ciò significa che la conoscenza geometrica si possiede anche senza insegnamento. Il che, per Platone, porta a dire che l’anima ha già conosciuto nell’Iperuranio ciò che ri-conosce nel cammino terreno di conoscenza. Non è questa l'unica ragione che porta Platone, ma ha un merito: è un esempio che spinge l'interlocutore, se non vuole accettare la teoria proposta, a produrne una di alternativa. E' un esempio costrittivo. Se si vuole criticare la generalizzazione a cui porta si assume l'onere della prova. Si deve cioè produrre una teoria generale che spieghi il risultato a cui giunge lo schiavo senza ricorrere all'anamnesi e alla teoria delle idee. Quello platonico è un esempio che costruisce (in parte) una tesi generale, ma è anche un esempio che chiede di venire spiegato in ogni eventuale gnoseologia alternativa che si voglia produrre.

 

3. I limiti del pensare per esempi

L'esempio costruttivo (il bastone nell'acqua), l'esempio confutatorio (Padre Kolbe) e l'esempio costrittivo (lo schiavo del Menone) sono aspetti differenti del ragionare per exempla. Come molta teoria dell'argomentazione, sono utilizzati senza consapevolezza. Un saper scrivere senza saper leggere.

La generalizzazione è sempre un'impresa ardua, in cui la filosofia si cimenta da sempre conoscendone a fondo rischi e seduzione. L'universale che si cerca di esprimere ha una natura sfuggente, liquida, imbarazzante. Per di più, in un'epoca come la nostra, in cui pochi scommettono sulla capacità del pensiero di esprimere enunciati universali non vuoti di contenuto, si tende a credere irraggiungibile un esito universale.

Purtroppo questa giusta cautela sfuma nell'illusione che sia possibile affermare qualcosa di generale senza la fatica del provare ciò che si afferma. Oppure, il che è peggio ancora, si crede che sia semplice raggiungere un universale debole, una generalizzazione spiccia. In entrambe queste strategie l'esempio si mostra utilissimo. E dannoso.

Esso fornisce la scorciatoia per affermare qualcosa senza il bisogno di argomentarlo, semplicemente facendolo vedere. L'esempio diventa "esemplare" e in esso collassa tutto il portato generale della tesi che si vuole affermare.

Il risultato di questo cattivo pensare è un pessimo discutere. Infatti a questa mossa fa spesso seguito il contrapporre caso a caso, esempio a controesempio, in una fuga ininterrotta di particolarità senza la capacità di raggiungere il piano generale.

 

4. L'influenza dei media

Ma perché questa tendenza a sostituire le teorie con l'esemplificazione appare così diffusa?

Penso che alle spalle di questa propensione ci sia una sostanziale visualizzazione del pensare. Il mondo mediatico ci ha abituati ad una esemplarità del generale, ad una trasformazione dell'astratto in concreto. La giustizia diventa Falcone, la bellezza Naomi Campbell, il bene Madre Teresa di Calcutta... E' una conseguenza della dominanza del linguaggio audiovisivo, che sta cancellando velocemente la trasformazione culturale dovuta alla civiltà del libro, come ci ha fatto capire Walter Ong nel suo Oralità e scrittura. Il mondo dei media non può sostenere il linguaggio del generale. Racconta delle storie che diventano esempi di un generale che non si può trasmettere ma che, così facendo, non si riesce nemmeno a pensare senza le figure che l'hanno raccontato. E' un modo per sfuggire alle esigenze di una generalizzazione autentica, che vaglia i casi, analizza la loro distribuzione, individua delle tendenze effettive e cerca una descrizione universale.

Il successo del pensare per esempi deriva anche dal fatto che alla seduzione della semplicità si affianca, molte volte, un forte impatto emotivo, una portata affettiva che dipende dall'abilità retorica di chi lo presenta. Un surplus di emozione che compensa un deficit di elaborazione.

Infine l'esempio, come forma del pensare, si presta il più delle volte ad un inganno poco innocente. Si fa credere che l'evidenza del caso basti ad affermare la validità della regola, come se la generalizzazione fosse già accettata, mentre è tutta da costruire. Si trasforma l'esempio in illustrazione. Spesso il ragionamento informale mira a nascondere le conclusioni nelle premesse per renderle più convincenti, come aveva già capito Simmel in Filosofia del denaro.

 

5. Perché pensare per casi?

In Penser par cas Jean-Claude Passeron e Jacques Revel hanno tentato di perlustrare una sorta di nuovo paradigma delle scienze sociali, basato sul pensare per casi anziché per universali. Il caso è tale quando deriva da un problema, quando rappresenta una singolarità in rapporto ad un'attesa, quando inventa strategie argomentative, quando richiede un'interpretazione e quindi una costruzione teorica.

Seguendo questa prospettiva si può affermare che anche il singolo caso può assumere un ruolo rilevante nei nostri percorsi razionali. Esso serve in fase di confutazione, quando una teoria generale è già presente. Serve per cominciare a costruirne una nuova, magari per analogia con ambiti diversi e casi simili. Serve infine per inventare una giustificazione razionale. Il caso è l'abbozzo di una teoria, la messa alla prova di un'idea generale ancora immatura, la narrazione di un'universalità ancora timida. Un esempio ben condotto rappresenta una versione debole ma non svagata della ricerca filosofica. E' la sua fase incipiente.

A guardar bene è questo che hanno sempre fatto la grande letteratura e l'arte in generale. Narrare le grandi categorie del nostro pensiero, nella forma di un personaggio o di una vicenda. Il caso diventa così una sorta di laboratorio filosofico, senza il rigore della giustificazione razionale, ma con la coerenza di un disegno possibile.

Se l'esempio viene utilizzato per arrivare a conclusioni a buon mercato è moneta falsa che inflaziona il pensiero. Cosa diversa è un esempio scelto con cura, narrato in modo da mostrarne le potenzialità esplicative, inventato per saggiare un concetto prima di metterlo in circolazione o utilizzato per mostrarne la ricaduta pratica. A queste condizioni anche l'esempio diventa una risorsa utile per il pensiero collettivo. Debole, postmoderna, fragile e provvisoria. Ma capace, nelle mani di un vero pensatore, di diventare universale. Come ha fatto Kierkegaard, quando ha disegnato Don Giovanni o Abramo, singoli caratteri capaci però di rappresentare un'universale condizione umana.

Un esempio del migliore pensare per esempi.

  

6. Testi consigliati

Perelman C., Olbrechts-Tyteca L., Traité de l'argumentation. La nouvelle rhétorique, PUF, Paris,  1958,  trad. it. Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, Torino 1966.

Copi I. M., Cohen C., Introduction to Logic, The Macmillan Company, New York, 19942, trad. it. Introduzione alla logica, Il Mulino, Bologna 1997.

Passeron Jean-Claude, Jacques Revel (eds), Penser par cas, Éditions de l'Ehss, Paris, 2005.

Ong Walter J., Orality and Literacy. The Technologizing of the Word, London and N.Y., Methuen 1982; trad. it. di A. Calanchi Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Il Mulino, Bplogna, 1986.

Simmel G., Philosophie des Geldes, Dunker & Humblot, Leipzig, 1900,  trad. it. Filosofia del denaro, UTET, Torino 1984.

 

 


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